Peralta D: di rame battuto a mano, con trucco e champagne
Quando un’auto ha la carrozzeria in rame battuto a mano, il primo effetto è guardare e chiedersi se sia vera. È vera. Si chiama Peralta D, l’ha disegnata Fabrizio Giugiaro con GFG Style, ed è stata svelata il al Pastejé Automotive Invitational 2026, in Messico.

Tutto nasce dal rapporto tra Giugiaro e Carlos Peralta, imprenditore e collezionista messicano. Dopo il successo della Peralta S, il primo esemplare unico, l’entusiasmo era così alto che ne è nato un secondo. E qui c’è la parte più bella: la S stava per sons, i figli. La D sta per daughters, le figlie. Il nome racconta il legame di Carlos con le sue figlie, ma anche l’intenzione di mettere in primo piano alcuni elementi progettati apposta per le donne. Ci arriviamo tra un attimo.

Fabrizio ha disegnato e seguito personalmente la vettura in ogni fase. Il concetto è quello del monolito, già visto sulla S, che qui viene rielaborato. La linea di cintura divide l’auto in due: sotto, un involucro interamente in rame; sopra, una parte in vetro specchiato con un trattamento che riproduce il colore del metallo. Risultato: un blocco unico, teso e minimale, che dall’alto sembra disegnato con un solo tratto di matita. La forma segue armonie geometriche fino ai minimi dettagli, dai passaruota al tappo del serbatoio. Anche i cerchi, in nero antracite, hanno un motivo geometrico retrofuturistico anni Settanta, così da lasciare il palcoscenico alla carrozzeria.
Qui il progetto si fa teatrale. Sulla Peralta D non ci sono portiere tradizionali. Il sistema di apertura riprende il “dome” della Peralta S, un unico movimento che solleva la parte superiore lasciando indipendenti i finestrini laterali. Dietro, però, c’è una novità: un’apertura ad ali di gabbiano senza struttura sottostante, pensata per rendere meno scomodo l’accesso ai sedili posteriori (il tallone d’Achille di molte coupé). L’ispirazione arriva da una soluzione sviluppata da suo padre Giorgetto Giugiaro nel 1967 per la De Tomaso Mangusta.

Sia davanti sia dietro la firma luminosa è fatta di lame di luce affilate. Le luci di servizio sono nascoste dietro griglie a rombi in alluminio fresato dal pieno e intagliato al laser, che creano un effetto “shadow lights”. Anche gli elementi in carbonio sono celati, a partire dallo spoiler a lama integrato nel muso e dagli scarichi posteriori. Eleganza, insomma, prima di tutto.

L’abitacolo della Peralta D è un trionfo di artigianato. Pelle con effetto metallizzato in una tonalità studiata per richiamare i toni caldi della carrozzeria, con inserti in Alcantara traforata. Le cuciture sono fatte con veri fili di rame. Il senso di avvolgimento dei sedili continua le forme del monolito.
Il dettaglio più sorprendente è la plancia simmetrica, divisa per funzioni:
– a sinistra, la strumentazione per il guidatore;
– a destra, per il passeggero, un vano trasformato in una vera postazione per il trucco, con un monitor che diventa specchio illuminato e alloggiamenti per i cosmetici. E come se non bastasse, nella parte posteriore del tunnel c’è un frigo a scomparsa che contiene una bottiglia di champagne e quattro calici (anche questi in rame).
La carrozzeria poggia su una struttura in carbonio con pianale in alluminio, e la meccanica è definita di altissimo livello su base Maserati GranTurismo. Sui numeri, però, il comunicato tace. Quasi nessuno oggi ha il coraggio di fare un’auto così: un’opera d’arte con le ruote, battuta a mano, con il trucco e lo champagne a bordo. Non è un’auto da comprare, è un’auto da guardare.
E in un mondo di SUV tutti uguali, il rame battuto fa venire voglia di spegnere il telefono e restare lì a fissarla.

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